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Nuove evidenze sull’importanza del test del PSA per la diagnosi precoce del tumore della prostata

L’importanza della diagnosi precoce del tumore prostatico torna alla ribalta attraverso un articolo pubblicato sull’ultimo numero dell’International Brazilian Journal of Urology (IBJU), che riporta i risultati di uno studio condotto dal chirurgo robotico di fama mondiale Professor Vipul Patel, del Global Robotics Institute di Orlando, in Florida, in collaborazione con il Professor Bernardo Rocco e la Dottoressa Maria Chiara Sighinolfi dell’Università Statale di Milano.

Nello scorso decennio, lo screening della popolazione sana mediante dosaggio del PSA è stato oggetto di ampio dibattito, in quanto un utilizzo generalizzato e incontrollato di questo marcatore può comportare a volte la diagnosi di tumori non aggressivi e indolenti che possono essere sottoposti al cosiddetto “overtreatment”, cioè a trattamenti non strettamente necessari che tuttavia impattano sulla qualità della vita del paziente.

Che cosa ha comportato questo cambio di rotta? La risposta ci viene fornita dallo studio appena pubblicato sull’IBJU, che scatta una fotografia della situazione dei tumori di nuova diagnosi a seguito delle raccomandazioni contro il PSA. Lo studio in particolare ha valutato le caratteristiche patologiche dei tumori e gli esiti funzionali dei pazienti sottoposti a prostatectomia radicale-robot assistita in un centro di riferimento mondiale come il Global Robotics Institute.

Lo studio ha considerato 11.396 pazienti sottoposti a prostatectomia tra il 2008 e il 2021. I pazienti sono stati divisi in due gruppi, quelli che avevano ricevuto la diagnosi prima della raccomandazione contro l’utilizzo del PSA e quelli diagnosticati dopo. Ne è emerso che dopo il 2012 è stato osservato un aumento di tumori più aggressivi, di dimensioni maggiori, di grado peggiore (in particolare una maggiore incidenza di Gleason ≥ 4+3) e di stadio più avanzato, e un maggior numero di tumori estesi oltre la capsula prostatica (≥ pT3) rispetto al gruppo dei pazienti diagnosticati prima delle raccomandazioni.

Inoltre, nel gruppo dei pazienti diagnosticati e operati dopo il 2012, si è osservato un aumento dei margini chirurgici positivi (cioè con un residuo di tessuto tumorale nella zona da cui è stato asportato il tumore) e una minore possibilità di risparmiare i nervi deputati all’erezione, praticabile solo laddove il tumore è confinato all’interno della ghiandola prostatica. L’impatto di una chirurgia più radicale - necessaria per asportare tumori più aggressivi - ha comportato un peggioramento della funzionalità post-operatoria, con un aumento dell’incontinenza urinaria del 9% a 12 mesi dall’intervento e con una riduzione della potenza sessuale del 27%. 

“Il nostro studio evidenzia come un ritardo nella diagnosi del tumore prostatico possa comportare un impatto maggiore della cura”, commenta il Professor Bernardo Rocco, “che diventa necessariamente più invasiva quando si devono sconfiggere tumori più aggressivi”. 

In conclusione, lo studio è un ulteriore conferma dell’importanza dell’utilizzo del PSA e della visita urologica come strumento di diagnosi precoce del tumore della prostata: quanto più precocemente viene diagnosticato, tanto più il paziente potrà beneficiare di strategie di cura poco invasive e personalizzate.

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Maria Chiara Sighinolfi
Medico Chirurgo Specialista in Urologia, ASST Santi Paolo e Carlo, Milano


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